Canzone popolare e identità italiana

luglio 13, 2011 § Lascia un commento

 claudio sottocornola

Un insegnante presenta un’esperienza fra didattica e performance nell’anniversario dell’unificazione. Guarda la galleria delle foto.

Non è facile essere artisti e docenti, far passare qualcosa della creatività che ci spinge a inventare musica, poesia, immagini, nella didattica del quotidiano. Mi hanno aiutato a saltare l’ostacolo l’esperienza di giornalista free-lance −grazie a cui ho incontrato e intervistato negli anni i grandi dello spettacolo italiano, da Morandi alla Pavone, da Manfredi alla Fracci, da Bramieri a Milva −; insegnare Storia della canzone e dello spettacolo presso la Terza Università di Bergamo e storicizzare la grande tradizione della musica popolare italiana; ma soprattutto, a partire dagli anni ’90, passare dall’altra parte del vetro, studiare, interpretare i classici della nostra canzone pop, rock, d’autore, partecipare alla realizzazione dei mixaggi, al montaggio dei video che documentavano la mia attività.

Tutto questo ha trasformato il mio modo di pensare, e quindi anche la mia didattica di docente di Filosofia e Storia nei licei. Ho adottato, ma oserei dire “inventato”, il modulo della lezione-concerto che, ampiamente praticato per la musica classica, è invece ancora pascolo per pochi nel mare magnum della musica pop, ove critico e interprete tendono a divergere. E adottando piste tematiche diverse, mi sono così rivolto a ogni tipo di pubblico – ma in particolare ai giovani – per raccontare percorsi che, utilizzando lo strumento-canzone, permettessero di ricostruire la storia sociale e del costume in Italia, dal dopoguerra ad oggi. È essenziale in questa esperienza la dimensione performativa, il tentativo di dar voce alla canzone, reinterpretandola, adattandola al proprio gusto e sensibilità, così che essa viva oggi. Di questo i giovani hanno bisogno: di educazione estetica perché, come voleva Platone, dall’esperienza della bellezza attingeranno energia per spiccare il volo in direzione di ogni altro valore, e Dio sa quanto c’è bisogno oggi di superare il grigio conformismo estetico ed etico che ci propinano i media.

L’esperienza che presentiamo qui è nata dal desiderio di celebrare i 150 anni dell’unificazione nazionale, in modo non convenzionale, valorizzando quella cultura popolare che si è espressa nella canzone italiana, amata in tutto il mondo, e che ha contribuito, come la tanto vituperata televisione, a costituire una identità linguistica e nazionale, regalando al nostro Paese un immaginario collettivo condiviso e popolato di sogni, archetipi e icone che raccontano di noi, delle nostre emozioni, delle nostre speranze e della nostra vita.

Le relazioni che leggerete sono state redatte, in forma di articoli, dai ragazzi della classe 5I del Liceo scientifico “L. Mascheroni” di Bergamo, che hanno partecipato al progetto e lo raccontano, improvvisandosi giornalisti, mentre alle soglie della Maturità, si avvicinano alla loro “notte prima degli esami”… Ed è anche a questa Italia in cammino che vogliamo dedicare il progetto, nel tentativo di contribuire a rendere la scuola più audace, creativa, innovativa, e di sottrarre la musica al mero intrattenimento commerciale, per farne espressione e strumento di formazione.

Una notte in Italia. Tre lezioni-concerto (e una replica)

Morgana Pezzotta

Ogni persona fin dalla prima elementare sa cosa sia una lezione e ne conosce l’obiettivo principale, cioè quello di trasmettere un contenuto; ognuno di noi sa inoltre cosa si intenda per concerto e quali possano essere le motivazioni per assistervi. Ma se si accostano questi due termini e si crea una lezione-concerto cosa ne può uscire?

Claudio Sottocornola raccoglie la sfida, spesso con l’aiuto dei suoi studenti, e tenta, da professore quale è, di fare lezione, ovvero di trasmettere un contenuto, attraverso un veicolo non tradizionale, quello della musica. Ecco che quindi alla spiegazione Sottocornola accosta canzoni, spesso appartenenti al panorama italiano del secondo ‘900, convinto che la musica sia un mezzo efficace non solo per trasmettere ed intrattenere, ma anche per rendere incisivo ed esemplificare il contenuto di un discorso.

Da gennaio ad aprile Sottocornola ha tenuto presso l’Auditorium del Liceo scientifico Mascheroni di Bergamo quattro incontri, anzi lezioni-concerto in cui, ripercorrendo la storia della canzone italiana del secondo ‘900, ha voluto rendere omaggio al centocinquantesimo dell’unità d’Italia, ispirandosi al titolo della celebre canzone di Ivano Fossati.

Ogni lezione-concerto ha avuto un tema portante: il primo quello degli “anni ’60”, il secondo i “cantautori”, con particolare attenzione per gli anni ’70, replicato poi in riferimento ai “teen-agers di ieri e di oggi”, mentre l’ultimo, in occasione della Festa della donna, ha analizzato “l’evolversi dell’immagine femminile” nella società durante gli ultimi decenni del ventesimo secolo.

Per la presentazione degli incontri Sottocornola ha coinvolto studenti liceali e universitari in qualità di musicisti, cantanti, poeti, ballerini e critici. In questo modo ha movimentato le lezioni-concerto e permesso agli studenti di sperimentare un modo alternativo di imparare, valorizzando le loro doti e i loro hobby, e dando loro l’opportunità di esprimersi con mezzi alternativi a quelli strettamente scolastici.

L’obiettivo principale degli incontri è stato quello di sottolineare come la canzone abbia avuto un ruolo fondamentale nel fare l’Italia, ma soprattutto, per dirla con d’Azeglio, nel “fare gli italiani”. Infatti la musica viene a testimoniare della storia più prossima a noi in quanto ha contribuito a creare una coscienza nazionale condivisa, coscienza nata dall’unità linguistica e culturale che la canzone ha saputo portare in tutto il paese utilizzando canali accessibili a tutti, quali radio e televisione.

Ecco che “Una notte in Italia” diviene celebrazione, occasione d’intrattenimento, ma anche opportunità di crescita ed arricchimento personale che stringe persone diverse ad una storia comune. E forse è proprio questo che avvicina la storia, oggetto delle lezioni, alle canzoni, oggetto del concerto, il fatto di avere come protagonista imprescindibile l’uomo, che matura, che cambia, che condiziona ed è condizionato, perché, come afferma De Gregori, “la storia siamo noi”, noi la creiamo, noi la viviamo e siamo noi ad esserne testimoni grazie alle nostre opere quotidiane e, perché no, anche grazie alle nostre canzoni.

C’era un ragazzo: il mito degli anni ‘60

Arianna Buonpane, Benedetta Castelli, Luca Ceresoli, Matteo De Feudis, Ivan Fontana, Alessia Leidi, Luca Marchetti

 Minigonne. Contestazione studentesca. Boom economico, flower power, Beatles e musica rock. Ecco le immagini che, irrimediabilmente, affollano la nostra mente quanto pensiamo a quei Swinging Sixties che hanno cambiato in maniera radicale la nostra società. E’ proprio con questi anni che Sottocornola apre il suo nuovo ciclo di lezioni-concerto, “Una notte in Italia”, dedicato ai 150 anni di unità nazionale.

Gli anni Sessanta segnano l’avvio di quel processo economico che trasformerà in poco tempo l’Italia da paese sottosviluppato, legato ad un’economia eminentemente agricola, ad una delle nazioni più sviluppate dell’intero pianeta: un vero e proprio miracolo economico. Ruolo decisivo in questo processo ebbero gli interessi economici e politici che gli Stati Uniti e le potenze europee nutrivano verso il nostro paese: grazie alla sua strategica posizione, posta a  cerniera tra Occidente ed Oriente, tra mondo capitalista e mondo comunista, l’Italia si configurava come naturale spartiacque contro l’avanzata della minaccia Sovietica e pertanto doveva essere assimilata nel modello economico-produttivo consumistico-capitalistico. Grazie alla consistente iniezione di capitali esteri nel circuito economico italiano, unitamente al basso costo e all’elevata disponibilità del lavoro, nel triennio compreso tra il 1959 e il 1962 l’Italia riuscirà  a registrare un aumento del PIL del 6,8%, stabilendo un sensazionale record di ripresa che le varrà il plauso della comunità internazionale nelle parole del presidente americano John Fitzgerald Kennedy.

Grazie al boom economico, gli anni Sessanta furono anche teatro di straordinarie trasformazioni dello stile di vita e dei costumi degli italiani. A partire dal ricco ed industrializzato Nord, automobili come la FIAT 500 diventarono le protagoniste indiscusse delle strade italiane; nelle case cominciarono a comparire i primi frigoriferi, le prime lavatrici e, soprattutto, le prime televisioni. L’impatto di questo nuovo strumento sulla struttura sociale non è paragonabile nemmeno all’avvento di internet: oltre ad allargare le possibilità di comunicazione, la televisione portò informazione e divertimenti nelle case di tutti gli italiani, innescando un processo che modificò profondamente i modelli di comportamento, gli stili di vita, la visione dei ruoli personali.

Testimoni indiscusse di queste trasformazioni furono, come sempre nella storia dell’umanità, la Musica e la Canzone. Nel 1958 Domenico Modugno trionfa al Festival di Sanremo con “Nel Blu Dipinto di Blu”, canzone che per la musica italiana, legata a modelli tradizionali, neoclassici, fu un vero e proprio elettroshock, e che Sottocornola sceglie come “intro” della lezione-concerto. Con il suo testo scanzonato, essa fungerà da apripista per numerosi gruppi e cantanti che prenderanno a modello i rockers americani come Elvis Presley o i gruppi Beat inglesi. È l’atto fondativo della canzone popolare italiana, che vide i suoi interpreti in artisti come Gianni Morandi, Adriano Celentano, Mina e Rita Pavone… Grazie a questi artisti la musica diventò un fenomeno di popolo inarrestabile: chi ha vissuto quegli anni ricorderà di certo le serate con gli amici, una chitarra e le parole di “Bandiera Gialla” che si levavano in coro dalle bocche di tutti. Nei bar, davanti ai jukebox, si formavano capannelli di ragazzi che, con l’orecchio attaccato all’altoparlante, ascoltavano con la massima attenzione le hit d’oltremanica dei Beatles o degli Stones, le nuove canzoni di Battisti o Patty Pravo (interessante la riproposta de “Il Paradiso” scritta da Mogol-Battisti per Patty Pravo). Non si trattava semplicemente di un fenomeno commerciale di massa, non si trattava semplicemente di una moda. La musica di quegli anni fu il collante sociale di un’intera generazione: da nord a sud, dagli ambienti borghesi a quelli operai, tutti i giovani erano uguali davanti ad essa.

Con la popolazione giovanile galvanizzata dal rock, anche in Italia vennero ad attuarsi le condizioni per una vera e propria rivoluzione generazionale, rivoluzione che, sospinta dagli echi della Summer of Love di San Francisco e dalla Swining London, non tardò ad investire il Belpaese. Barba, capelli lunghi, minigonne e bikini furono l’energico schiaffo contro il tradizionalismo e la sobrietà imposti dal mondo degli adulti. Nuova musica, nuovi costumi, nuove abitudini sessuali. Tutto, anche il semplice imbracciare una chitarra e sedersi per terra a cantare, costituiva un atto rivoluzionario contro una società vista come vecchia, corrotta ed interessata solo al proprio benessere. Band italiane sempre più di taglio generazionale, come i Dik Dik e i Nomadi, i Giganti e i Corvi, l’Equipe 84 e i New Trolls tradussero la protesta con cover e nuove proposte musicali che inneggiavano all’utopia e mettevano sotto accusa la società adulta. E così ascoltiamo “Dio è morto”, “L’isola di Wight”, “Ragazzo di strada”… Intanto i cantautori, da Iannacci a Paoli, da Guccini a De André, da Bertoli a Dalla, esprimevano una volontà di impegno e un atteggiamento nuovo, più problematico, nella elaborazione della forma-canzone.

L’attiva presa di coscienza del mondo dei giovani rispetto alle problematiche sociali fu un altro evento epocale che segnò la storia degli anni sessanta. Per la prima volta ragazzi e ragazze di tutte le età dichiaravano, con la nascita dei primi movimenti giovanili, la volontà di portare il loro contributo all’interno di tutti gli aspetti della società e della politica, di esserci, di fare, di cambiare il mondo. La battaglia che questi movimenti di giovani portarono avanti con più forza e determinazione fu, come è facile capire, la battaglia per quello che li riguardava più da vicino: l’istruzione. Nonostante la situazione fosse decisamente migliorata dopo la guerra, la scuola italiana era ancora caratterizzata dall’elitarietà e da un impianto di studi decisamente classico, ormai non più al passo con i tempi. Alla nuova generazione di giovani studenti, intraprendenti, dinamici e desiderosi di partecipazione in prima persona tutto ciò non andava bene. Ecco che dopo la prima occupazione di Trento del 1966 e la celebre Lettera a una professoressa della Scuola di Barbiana del 1967, tutto il mondo studentesco, italiano e non solo, esplose in rivolta in quella che è passata alla storia come la “Contestazione del ’68”, davanti alla cui forza dovettero piegarsi i governi di mezza Europa. Nonostante il suo carattere controverso e non di rado criticato, soprattutto a causa delle modalità spesso violente con le quali si svolse, i profondi cambiamenti che la Contestazione portò nell’ambito della scuola italiana non possono essere dimenticati: concetti come il diritto allo studio o la rappresentanza studentesca all’interno degli organi amministrativi scolastici sono prodotti diretti di quegli anni. Se devono essere riconosciuti e ricordati i benefici che le sommosse studentesche portarono alla società, altrettanto deve essere fatto con le tristemente note conseguenze negative che sfociarono, nel decennio successivo, nel Terrorismo politico dei cosiddetti “Anni di Piombo”; ma questa è, ed è proprio il caso di dirlo, un’altra storia.

Con il boom economico, la musica pop-ular, la rivoluzione culturale e tutti i suoi annessi e connessi, gli anni Sessanta sono un decennio memorabile, decennio che chiede e merita di essere conosciuto e capito. Grazie al suo approccio multiprospettico, fondato su di un caleidoscopico ibrido tra canzone, filosofia, storia e sociologia, “Una Notte in Italia” è in grado di fornire una chiave di lettura dinamica ed innovativa per questo periodo così importante della storia italiana e non solo.

La Storia siamo noi: l’esperienza dei cantautori

Chiara Buratti, Silvia Di Gaetano, Martina Martegani, Marco Massoni, Antonella Patorniti, Morgana Pezzotta

Una fase di espansione economica eccezionalmente intensa ha interessato l’Italia tra il secondo dopoguerra e gli anni ’70: in questo periodo si è potuto verificare un salto di qualità che ha profondamente mutato il volto della società, infatti da un assetto ancora essenzialmente agricolo l’Italia si é trasformata in uno dei primi paesi industriali del mondo, con una forte crescita degli addetti all’industria e al terziario ed un’accelerata urbanizzazione. Le agitazioni studentesche, che a partire dall’America giunsero nell’Italia del “Sessantotto”, vengono stimolate da due aspetti del boom economico: da un lato il fiorire dell’economia, che portò rivoluzioni culturali e nuovi modelli di vita; dall’altro le nuove influenze che giunsero in Italia soprattutto dagli USA, come i nuovi capi di abbigliamento (jeans, magliette colorate e giubbotti di pelle) diffusi tra i giovani di tutto il mondo dai divi del cinema americano, a partire da James Dean e Marlon Brando. Un altro aspetto significativo fu il desiderio di reagire alle ingiustizie sociali attraverso contestazioni generazionali anche di stampo politico, che mettevano in discussione i tradizionali valori.

Gli anni Settanta si aprirono dunque sulla scia di un decennio decisamente movimentato e rivoluzionario tant’è che, se negli anni Sessanta la musica leggera italiana aveva gioiosamente praticato la scoperta, ludica e incosciente, del ritmo, ora si definisce sempre meglio la figura del musicista “intellettuale”, del cantautore che comincia a prendere coscienza  del proprio ruolo, delle proprie possibilità.

All’alba del decennio iniziano festival del pop, che fanno da volano alla enorme diffusione di gruppi progressivi. La musica si macchia indelebilmente di politica, oscillando tra atteggiamenti freak e più dure e coriacee requisitorie rivoluzionarie. Il pubblico stesso chiede, anzi pretende, a gran voce e talvolta duramente una musica con un diverso rapporto col sociale.

Si vennero a distinguere tre scuole: quella genovese, quella milanese e quella romana.

I maggiori esponenti della scuola genovese furono i cantautori Bruno Lauzi, Fabrizio De André, Luigi Tenco, Umberto Bindi, Gino Paoli e Sergio Endrigo. Ciò che unisce questi cantautori è l’attenta analisi della quotidianità e delle persone che la abitano. Osservano infatti il mondo nelle sue varie sfaccettature, con particolare attenzione ai retroscena anche più dolorosi dell’esistenza. Ognuno di loro si è poi focalizzato su  particolari aspetti quali gli affetti personali, la filosofia politica, le persone comuni. E’ proprio così che negli anni Sessanta nasce la canzone d’autore, destinata a lasciare un segno indelebile nella produzione musicale del nostro paese.

Il professor Sottocornola, nelle quattro lezioni-concerto tenute per celebrare l’anniversario dell’unificazione italiana, ed in particolare in quella dedicata ai cantautori negli anni Settanta, ha evidenziato il ruolo che la canzone popolare ha avuto nella formazione e realizzazione di una comune identità linguistica, culturale e sociale del nostro Paese. Dopo aver affrontato una personale rilettura di “Sapore di sale” di Gino Paoli, sottolineandone la dimensione esistenzialistica, ha offerto al pubblico un omaggio a Luigi Tenco con “Vedrai vedrai”, “Lontano lontano” e “Ciao amore ciao”. Quest’ultima è la canzone con la quale  lo sfortunato autore si presentò nel 1967 al Festival di Sanremo, suicidandosi poi come estrema forma di protesta per l’esclusione dalla finale, e rivelando così quel malessere generazionale che incominciava ad attraversare i giovani che non si accontentavano dei facili obiettivi di una economia in espansione.

Sottocornola ha poi proposto “La guerra di Piero” di De André, una ballata che, soffermandosi sul tema della guerra, testimonia l’acceso interesse che i cantautori hanno avuto per le tematiche sociali e di protesta, particolarmente vivaci nell’Italia degli anni ’60 e ’70, specie fra i giovani che cercavano ricette di riforma sociale al di fuori degli schemi istituzionali.

A Milano intanto si rinnova la tradizione con nuove formule di rock pungente e ironico, da Eugenuo Finardi a Gianfranco Manfredi. Si fa addirittura dell’avant-garde di massa, così come ambiziosamente pretendono, con ottimi risultati, gli Area di Demetrio Stratos, giudicato dalla critica come il miglior cultore della voce del secolo scorso, nonché mito del rock progressivo degli anni Settanta.

In quest’importante polo industriale, Jannacci e Gaber, ricordati come i pionieri del rock’n’roll italiano, hanno dato voce all’ambiente culturale milanese di cui sono stati partecipanti attivi insieme a Celentano e al suo Clan, ampio vivaio di musicisti e cantautori. Questi artisti, primo su tutti Gaber, cercarono di pungolare la società dell’epoca con canzonette che, benché dotate il più delle volte di un ritmo molto orecchiabile e di testi ironici, riuscivano a toccare temi importanti offrendo interessanti spunti di riflessione.

Nella capitale i maggiori esponenti della canzone d’autore sono stati invece Venditti, De Gregori e Cocciante, l’alternativa al pop raffinato di Battisti e Mogol – portatori  di una certa problematicità nella canzone d’amore –, mentre  ha luogo la riscoperta della  musica folk, per esempio con Gabriella Ferri. Questo gruppo di artisti viene spesso definito come “scuola romana”, benché la definizione non sia delle più proprie, poiché tra di loro esistevano solo affinità. Ad accomunare Venditti e De Gregori, furono però le canzoni di denuncia contro una società in declino e la fine delle speranze giovanili. L’uso di un linguaggio asciutto e, talvolta, di una voluta noncuranza nell’aspetto vocale, conferiscono alle canzoni dei due una sfumatura acre che si allaccia benissimo al gusto antiretorico dell’epoca. A definire il periodo Sottocornola sceglie “Eppur mi sono scordato di te” di Battisti, portata al successo dalla Formula 3, la scanzonata e protestataria “Ma il cielo è sempre più blu” di Rino Gaetano, l’enigmatica “Rimmel” di De Gregori e “Giulio Cesare” di Venditti, che avvia una riflessione sulla tematica della scuola negli anni ’70.

Con l’inizio degli anni Ottanta la musica, e quella popolare in particolare, si orienta, per esempio con il trionfo della disco-music, verso atmosfere più commerciali e tematiche più epidermiche. Al mito del cantautore impegnato si sostituisce quello della pop star sempre più integrata in un sistema commerciale di produzione e consumo dai meccanismi internazionali. Al contempo si sviluppa anche il modello del musicista a 360 gradi. Zucchero, Gianna Nannini, Vasco Rossi o Ligabue sono gli esempi più emblematici di artisti che, in Italia, ricercano il live, l’incontro con il pubblico e gli assi del palcoscenico. In questo modo ci si misura con un’esigenza artistica ed espressiva che vuol farsi ed essere evento, performance, vita, propria ma anche di un popolo, di una nazione, che anche nelle icone della canzone popolare scopre tracce del proprio vissuto e della propria storia. Dopo una lieve crisi discografica si va incontro al rilancio della musica d’autore e alla rinascita del festival di Sanremo. La canzone d’autore rimane infatti il modello maggioritario, per esempio con Edoardo Bennato, Renato Zero, Ivano Fossati e Paolo Conte. Ma c’è anche chi cerca di apportare nuove sonorità, come Battiato che, con le sue batterie elettroniche e con testi dotati di grande attualità, carichi anche di citazioni filosofiche e zen, celebra i suoi grandi trionfi.

Particolare attenzione va data alla scuola emiliano-bolognese che, con artisti del calibro di Dalla e Guccini, sforna importanti pietre miliari della canzone italiana. La posizione geografica, che favorisce lo scambio culturale tra Nord e Sud e che accoglie una importante tradizione musicale, dà ottimi spunti alle canzoni di noti cantautori quali Bertoli, Mingardi, Carboni, oltre ai già citati Vasco Rossi, Zucchero e Ligabue. Le dediche lasciate a una città come Bologna, amata e odiata, ma, grazie anche alle famose discoteche, vissuta fino alle ore più piccole, sono i temi principali di canzoni quali “Roxy bar”, “Piazza Grande”, “Via Paolo Fabbri” e “Bologna Via Emilia”.

La necessità sempre più pressante di soddisfare il grande mercato discografico, porta la musica italiana a sfornare artisti e interpreti a grande impatto mediatico. Negli anni ’90, le maggiori novità sono portate dal rap giovanile di Jovanotti, al secolo Lorenzo Cherubini, e dalle sonorità electro-pop di gruppi quali i Bluvertigo di Morgan e i Subsonica. Numerosissime sono le icone del pop-commerciale come Eros Ramazzotti, Biagio Antonacci, Laura Pausini e Cremonini con i Lunapop.

Di fatto i cambiamenti avvenuti in questo periodo sono stati esemplificati dalla ricercata scelta delle canzoni interpretate da Claudio Sottocornola nella sua lezione-concerto: proponendoci questa scaletta, è riuscito a farci conoscere uno spaccato della vita quotidiana negli anni ’70 e ‘80 in un modo a noi forse più vicino e congeniale, che ci ha permesso di vedere i due decenni fra cantautori, rock progressivo, neo-folk, pop commerciale e disco-music.

Dalla Pizzi a Irene Grandi: la donna canta se stessa

Sara Assolari, Chiara Gurioni, Sara Martinelli, Barbara Mazzola, Valeria Marianna Scuri, Veronica Zanotti

La quarta lezione-concerto del ciclo “Una notte in Italia” ha coinciso con la Festa della Donna, l’8 marzo, e per l’occasione il professor Claudio Sottocornola ha voluto rendere omaggio alla figura femminile in qualità di performer, e tracciarne l’evoluzione, dal dopoguerra ad oggi, in relazione al contesto storico, economico e sociale italiano. Attraverso la riproposizione di celebri brani musicali e la presentazione delle interpreti, Sottocornola è riuscito a evidenziare i tratti salienti della donna che soffre, gioisce, si emancipa e si inserisce nella realtà in cui vive.

In Italia gli anni ’50 rappresentano il periodo della ricostruzione e della ripresa economica; in questo contesto di crescente benessere globale nasce il Festival di Sanremo, la più grande manifestazione dedicata alla canzone italiana. La prima edizione, tenutasi nel 1951, vede incoronata regina Nilla Pizzi con la sua “Grazie dei fior”, malinconica e raffinata canzone d’amore. All’interno dei brani del decennio si può cogliere un desiderio di pace e tranquillità (forse per dimenticare la guerra), che richiama alla memoria il locus amoenus, caratterizzato da “casine nei boschi” a tinte autunnali; la donna risulta essere angelicata e statica, o all’opposto perduta.

Negli anni ’60 l’onda lunga del boom economico stravolge i canoni precedenti: la vita si fa frenetica, le donne iniziano a lavorare fuori casa e sono influenzate dal modello straniero, soprattutto americano. Il fenomeno delle Kessler invade i teleschermi e colpisce per la sua seduzione e leggerezza. Little Tony, Adriano Celentano, Bobby Solo ripropongono un rock and roll diverso da quello statunitense, addomesticato all’italico gusto. Tra le figure femminili importante è il ruolo di Rita Pavone, la quale approdò persino in America con il suo popular, come in “Cuore” e “Remember me”, caratterizzato da energia, ritmo e aggressività. La cantante compare anche nei celebri film musicali o musicarelli (diretta dalla grande Lina Wertmuller), spesso interpretando la figura della studentessa ribelle, quasi antesignana delle future rivendicazioni giovanili e femministe.

Se la Pavone è di estrazione proletaria, al contrario Mina proviene da un contesto borghese; le sue canzoni alternano humour surreale (“Una zebra a pois”, “Tintarella di luna”) e angoscia esistenziale (“Non gioco più”, “L’importante è finire”), mentre una sensibilità moderna e nervosa ne contraddistingue l’interpretazione. Ritmo terzinato, tema delle vacanze estive accompagnate da “flirt” caratterizzano “Se telefonando”, scritta da Maurizio Costanzo con arrangiamenti di Morricone, e riproposta da Sottocornola anche per evocare le prime vacanze di massa al mare e l’estate come stagione topica del decennio… Ma è Patty Pravo, in brani come “Ragazzo triste” e “Qui e là”, a tracciare l’epopea del beat e della trasgressione femminile per le nuove generazioni, alla fine del decennio. Mentre con la contiana “Insieme a te non ci sto più”, che riascoltiamo da Sottocornola, anche una teen-idol come la Caselli affronta un repertorio più impegnato…

Intanto che il genere popular si nobilita, soprattutto con Milva, alla ricerca di preziose sperimentazioni (Strehler, Brecht-Weill…), Iva Zanicchi  unisce tensione drammatica e tradizione sinfonica (“La notte dell’addio”) e Ornella Vanoni  diventa la musa della canzone d’autore, tra melo’ e impegno (“Domani è un altro giorno”). Agli antipodi della Vanoni è Orietta Berti, espressione della grande provincia italiana, che si identifica come personaggio casereccio, distinguendosi anche per la sua autoironia (“Fin che la barca va”).

Con il sopraggiungere degli anni ’70 cambiano le mode, il rock si fa progressivo, nascono i cantautori e la donna assume via via tratti maschili come segno di rivendicazione. Va di moda il folk e Milva, a tal proposito, racconta ironicamente lo sfruttamento femminile sia in ambito lavorativo sia in quello sentimentale in “La filanda”, brano popolare portoghese già cantato da Amalia Rodriguez, forse strizzando l’occhio al folk, nuovamente di moda. Ma sono due nuove vocalist di razza, le sorelle Mia Martini e Loredana Berté, a incarnare un nuovo tipo di donna, più vicina alle rivendicazioni femministe, e a tracciare la colonna sonora dei nuovi tempi, con brani come “Piccolo uomo” e “Non sono una signora”.

Dagli anni ’70 agli anni ’80 la società muta radicalmente: le prospettive cambiano anche a causa del terrorismo, e al tema del riscatto sociale si  sostituisce quello del riflusso nel privato, al tema dell’impegno l’edonismo consumistico, con una nuova estetica, la musica disco dance, il punk come estrema ribellione dei giovani, e tanta voglia di evadere (interessante riascoltare “Splendido splendente” di Donatella Rettore). Viene riscoperto il mondo dei sentimenti, talvolta dell’interiorità, e forte è il desiderio di raccogliersi in se stessi alla ricerca di un mondo migliore, dell’ “isola che non c’è” (Edoardo Bennato), contraddistinta da una tranquillità perduta. Le cantanti diventano autrici delle loro canzoni (come Paola Turci e Grazia di Michele) ed esprimono se stesse a tutto tondo, come Rossana Casale con “Brividi”, riletta da Sottocornola a evocare le nuove atmosfere, magiche e intimistiche, degli anni ’80.

Dopo la caduta del muro di Berlino, negli anni ‘90, crolla il bipolarismo e nascono le ultime grandi speranze del XX secolo; mentre il mondo vede estendersi i grandi fenomeni migratori, l’Italia vive una nuova fase politica con Tangentopoli. Gianna Nannini non ha paura di lanciarsi in questo clima di grandi cambiamenti e con la sua band e un look androgino racconta l’erotismo in maniera quasi ingenua ed elementare (da “I maschi” a “Meravigliosa creatura”…).

Anche grazie alla tecnologia cambia il modo di comunicare e i giovani, se da un lato faticano ad argomentare, storditi dal mondo della Rete, dall’altro acquisiscono una mentalità più duttile e interdisciplinare, proprio a causa delle  molteplici opportunità di cui godono. Gli 883 raccontano di rapporti effimeri e transitori, ambientati in non-luoghi con un linguaggio iper-contemporaneo. Nascono le nuove icone della musica al femminile, che ereditano il ruolo delle grandi artiste precedenti, ma sono spesso anche autrici dei loro brani; il contenuto – segno forse di una crisi di valori condivisi – perde tuttavia importanza rispetto alla melodia, volta a evidenziare le doti canore delle interpreti: Giorgia sembra candidarsi a raccogliere l’eredità di Mina; Irene Grandi e Carmen Consoli si muovono  fra rock e sperimentazioni d’autore, vecchie glorie come Patty Pravo e la Berté si affiancano alle nuove proposte.

Il nuovo millennio si apre con il crollo delle Torri Gemelle e l’esplosione del terrorismo internazionale, catastrofi naturali sempre più frequenti lanciano inquietanti segnali d’allarme, mentre cresce il divario fra Nord e Sud del mondo amplificando massicci fenomeni migratori. Ma il pianeta si occidentalizza sempre più con la globalizzazione, cadono tutti gli stereotipi e le ideologie del secolo precedente. Post- modernità, pensiero debole, rapporti liquidi… sono solo alcuni dei termini che esemplificano il mondo contemporaneo, ove le differenze sessuali e di genere, ma non solo, sembrano confondersi, ridefinirsi, ibridarsi…

Nel complesso, la donna del Secondo Novecento ha contribuito ad avviare questo importante processo: si è mostrata capace di evolversi al passo con i tempi, uscendo dal nido familiare e assumendo un ruolo sempre più attivo e responsabile all’interno della società. E le canzoni scelte e interpretate da Claudio Sottocornola nel ciclo di “Una notte in Italia” recano infinite tracce di questo vissuto storico, anche se vengono attualizzate dalla riproposta e reinterpretazione del professore-interprete, che duetta con gli studenti fra musica, parole, immagini…

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