Una bustina di zucchero

dicembre 21, 2011 § Lascia un commento

 rosalba conserva

Nel suo lavoro, un insegnante deve per necessità privilegiare l’aspetto relazionale più che la propria “soggettività”. Deve infatti tener conto delle contingenze…, cambiare atteggiamento di minuto in minuto − intransigente con uno, accondiscendente con un altro e così via. Ciò farebbe vacillare l’equilibrio di una qualsiasi persona (il punto cruciale che chiamiamo “identità”); se non fosse che un qualche “oggetto” viene mantenuto certo e costante: questo “oggetto” sono le materie di studio, affidate agli insegnanti in quanto garanti di quella che chiamiamo “trasmissione culturale”.

Lo sforzo immane di contemperare più livelli (rigidità e flessibilità), di attivare cioè strategie relazionali appropriate e diverse, è sostenuto dalla presunzione di poter dire, a conclusione di tutto: ce l’ho fatta! Se poi sia morale raggiungere lo scopo costi quello che costi, vale a dire con mezzi che ci ripugnerebbe teorizzare come “giusti” − ingiurie, punizioni, ogni sorta di “trucco” ecc. −, questa è altra storia, vecchia quanto la storia dell’umanità. 

«Io da piccolo non ho mai rubato − mi disse tanti anni fa il nonno di un allievo − perché mio padre, quando tornavo a casa dopo il lavoro nella bottega dove facevo il garzone, mi picchiava ancora prima di avermi rivoltato le tasche per accertarsi che non avevo rubato al padrone. Se sono una persona per bene, se non sono un ladro lo devo a mio padre».

I miei allievi di scuola media, alla fine degli anni Sessanta, a Bari, venivano picchiati quasi ogni giorno: dai padri, dai padroni delle botteghe, dai meccanici delle officine dove, usciti da scuola, facevano i garzoni e gli apprendisti. Oggi l’habeas corpus è arrivato anche lì, e si è esteso alla mente (habeas mentem): rispettare i giovani, accettare le loro opinioni, anche l’opinione più stolta, anche detta con parole improprie, im-pertinenti o volgari: accettare per costruire altro, magari una corretta (scientifica, eco-logica, non ingenua) visione del mondo.

Ciò che ancor oggi mi addolora non è soltanto il fallimento − in molti casi − delle pratiche educative che, da giovane, mettevo in atto, ma la sensazione, a tratti, che la nostra cultura ha costruito monumenti accessibili soltanto a pochi, che essa è esclusiva ed escludente per come è fatta, e che per insegnare quella ‘scienza’ lasciavo inascoltati altri cammini di pensiero, perché le parole di quel pensiero non mi appartenevano, non sapevo che farmene.

 

 

Umberto Mangialardi

 

Dico anche il nome di questo ragazzo, allora tredicenne. Vorrei sapere dov’è ora, che cosa fa. Molto povero − la povertà di quegli anni: vera, nel Sud −; veniva a scuola vestito con cura, inumidiva la mano con la saliva e si passava la mano sui capelli lisci per tenerli a posto.

Era il 1970. Ce n’erano altri, in quella classe, che come lui abitavano nei brutti caseggiati di quella non-periferia di Bari, divenuta ormai ‘centro’, e che stava cambiando volto per merito dei palazzi nuovi e signorili, affacciati sui palazzi non-signorili, in attesa che le ruspe se li portassero via, quando gli abitanti originari fossero stati finalmente cacciati all’esterno, nelle periferie vere − cosa che credo sia accaduta.

Che faceva lui tutto il tempo? A differenza dei compagni − tutti maschi, tutti turbolenti (sempre in lotta tra loro, sempre impegnati a fare disastri) −, durante le lezioni stava buono. Scriveva, sempre. Suo padre faceva il muratore, poi si era ammalato (morì nel corso di quello stesso anno), e Umberto alzava la testa dai foglietti, che andava riempiendo di parole, solo rare volte, solo per raccontare di suo padre. Come quella volta che raccontò della bustina di zucchero che suo padre gli aveva regalato quando lui era andato al cantiere portando dal bar un vassoio con le tazzine del caffé, e un muratore aveva preso il caffé senza lo zucchero. So di questa storia per intero perché solamente quel giorno i compagni lo stettero a sentire, e chissà perché un fatto così insignificante − il regalo di una bustina di zucchero − abbia avuto su di loro tanta presa.

Erano gli anni in cui il vento del Sessantotto stava cambiando l’Italia. E c’era allora nei ceti popolari − così almeno si è strutturato il mio ricordo − un modo di vivere e di pensare non ancora “guastato”, non ancora omologato dalla televisione (da certa televisione): una cultura che forse poteva dire altro, se soltanto la cultura ufficiale avesse fatto un passo indietro.

Allora ero convinta − come tanti, in quegli anni − che per rendere “soggetti politici” i giovani fino ad allora tenuti fuori dalla istruzione superiore dovevano cambiare cose che la scuola, da sola, non poteva spostare di una virgola, e che erano il vero ostacolo alla emancipazione degli “esclusi”. Nel caso del signor Mangialardi, l’alloggio del Comune, che non gli fu assegnato per un vizio di forma nella domanda all’Ente, cosa che venni a sapere dopo, da una bidella, quando già la famiglia era emigrata a Torino, dove un figlio più grande lavorava in fabbrica e si era preso in carico la madre (vedova) e i fratelli piccoli.

Umberto Mangialardi non mi ha mai fatto leggere cosa scriveva, e io non ho mai preteso che mi desse i suoi fogli. Non chiedeva che gli insegnassi a scrivere, che correggessi i suoi (probabili) errori. Scriveva e basta, faceva solo questo. Riempiva con la sua larga e obliqua grafia la carta della merenda dei compagni (il suo unico quaderno l’aveva finito dopo poche settimane), carte che lui raccoglieva da terra, le spianava con le mani, le riempiva di frasi fitte fitte, fino ai bordi.

Qualche rara volta la lezione prendeva il verso giusto: uno leggeva senza incepparsi “L’aquilone”, un altro recitava a libro chiuso “Funere mersit acerbo”, ma su Umberto Mangialardi non avevano effetto, non alzava gli occhi nemmeno allo scontro tra Ettore e Achille, che gli altri seguivano parteggiando e facendo a botte. Il suo mondo e la sua penna gli bastavano. Le cinque ore della mattina − seduto comodo al suo banco, indisturbato − erano tempo troppo prezioso. Poi, finita la scuola, lo aspettavano due lavori da garzone: al bar e all’attiguo Alimentari, su e giù per le scale dei palazzi (allora l’ascensore costava cinque lire), con in spalla i cartoni della spesa. Come lui, due gemelli terribili, lo spago al posto della cintura, magrissimi, nervosi. Questi però in classe giocavano, a nascondino: nell’armadio vuoto del corridoio oppure sotto la cattedra, dove io mi fingevo sorpresa di trovarli; dopo aver lavorato a smantellare i banchetti del mercato, i gemelli giocavano anche per strada, e fino a sera tardi: solo allora la madre tornava dal suo giro di servizi “alle signore” e finalmente apriva la porta di casa.

Oggi quella povertà, da noi, è scomparsa. In quegli anni, per insegnare a Umberto Mangialardi e ai gemelli di strada mi sarebbe servita l’esperienza di scuola che ho maturato dopo. Anche in quegli anni mi riusciva − non sempre, s’intende − di “tenerli buoni”, ma non posso dire che ho insegnato loro quello che sapevo e che forse avrei saputo insegnare. Molti di noi, militanti nella sinistra, aspettavano la “rivoluzione”, ci sembrava che, mutato il quadro politico, il resto sarebbe venuto da sé.

In seguito, cadute le illusioni, maturava in me la convinzione che per cambiare le cose fuori di noi dobbiamo cambiare noi stessi per primi; e che proprio nel preciso luogo dove si spende il nostro tempo abbiamo possibilità maggiori di realizzare la nostra “utopia”. «Se un bambino arriva con gli occhi pesti perché in famiglia qualcuno l’ha malmenato, io non posso fare altro: devo insegnargli a leggere e scrivere», diceva Domenico Chiesa, allora presidente nazionale del Cidi. E anche adesso condivido con Domenico Chiesa l’idea che è proprio qui la sostanza del nostro impegno politico.

Sappiamo bene che i messaggi in cui sono immersi certi nostri ragazzi − modelli di comportamento competitivi, le lusinghe consumistiche che li catturano e li portano da tutt’altra parte − sono macigni che non possiamo smuovere. Occorrerebbe in loro, chissà, uno scatto d’orgoglio, oppure che il luogo d’incontro − il terreno comune, con-diviso − tra chi insegna e chi impara fosse il valore politico dell’istruzione: che ne prendano coscienza anche loro.

L’esperienza mi ha anche insegnato che conviene forzare le volontà più ostinate, e che qualsiasi ragazzo accetta di essere guidato da un insegnante (pure lui ostinato) che “gli vuole bene” non a parole ma prendendosi cura di lui passo dopo passo, e lo rispetta come persona che può, deve apprendere.

In quei lontani anni, però, verso i ragazzi poveri della scuola media di Bari il mio rispetto era assoluto, al punto da lasciare che crescessero nella loro “innocenza”, come selvaggi.

* L’articolo è stato pubblicato nel n 4, 2011 di Naturalmente.

 

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