Una magnifica sorpresa

gennaio 19, 2015 § 1 Commento

éArrivi in una scuola all’esterno banalissima, di quelle nuove tutte vetri e cemento, zona periferica fiorentina. Non esattamente il salotto buono della città rinascimentale.Dentro, però, trovi pareti che parlano di giovani e di vita, con una grafica che è già un messaggio, una forma di accoglienza. Si può vivere la scuola come un luogo non anonimo, non insignificante − anzi i significanti sono dappertutto: per le scale, nei bagni, sulle vetrate d’ingresso, sulle colonne. E non si capisce bene, a prima vista, che cosa trasmettono. Non è un discorso preciso, alludono a qualcosa.

Invitano. Sembrano pezzi di una storia. Forse è questo che ti piace: non c’è invasione, trasmissione di messaggi forti. C’è un tessuto discorsivo, ma aperto, senza un filo evidente che lo chiuda. Si è come abbracciati dai segni, ma non colonizzati.

Poi una stanza enorme ha poltrone morbide modello Fracchia e sedie alle pareti, come una scultura. Però si può tutto prendere e portare dove si vuole. Si possono costruire con pochi gesti banchi e tavoli, si può sdraiarsi per terra, vedere film, ascoltare musica. Sul soffitto altri pezzi di storie, i colori delle luci che cambiano. I tablet sono tutti collegati e tutti possono proiettare per tutte/i quello che scrivono.

Insomma la sensazione di una scuola che non ti dice o ti ordina che cosa fare, ma ti offre la possibilità, lo spazio per farlo. Una magnifica sorpresa. Questa la storia. [a.b.]

La via si fa andando

Storia di un cambiamento nella scuola

Ludovico Arte *

All’Istituto Tecnico per il Turismo “Marco Polo” di Firenze l’anno scolastico 2014/2015 è iniziato con una “sorpresa”, realizzata grazie alla collaborazione con l’architetto Luigi Formicola e la scrittrice Cinzia Zungolo. La “sorpresa” è dentro ad un progetto, ad un’idea che provo ad esplicitare.

Al Marco Polo stiamo cercando di costruire una scuola tecnologicamente avanzata, attenta alle esigenze di studenti ed adulti. Ma la partita che più ci sta a cuore è un’altra e si gioca sull’identità. La nostra impressione è che oggi nella scuola si ripetano stancamente vecchi rituali o, all’interno di una strada che appare diversa ma in realtà è speculare, si inseguano modelli standardizzati di innovazione tecnologica. Questo produce luoghi senza anima, che non si distinguono l’uno dall’altro, spazi anonimi, relazioni stanche e conflittuali. Vorremmo innanzitutto provare a liberare la scuola dai lacci della burocrazia e restituirla alle persone. Che poi devono però ritrovare la voglia di mettersi in gioco, provando ad uscire dalle routine in cui tutti siamo imprigionati. Il filo da seguire, l’unico possibile, è quello del desiderio, la ricerca del piacere nelle cose che facciamo.

Per questo abbiamo deciso di raccontare una storia, la nostra storia. Costruita con le idee ed i sentimenti delle persone che vivono al Marco Polo: gli studenti, i genitori, i docenti, il personale Ata, il preside. Una storia che quindi parli di noi, adolescenti e adulti del nostro tempo, che provano a fare un “discorso educativo”, creando luoghi e strumenti che favoriscano l’apprendimento. Ma proveremo a raccontarla in un modo diverso, con modalità espressive nuove, inusuali per una scuola. La scriveremo sui muri, sul soffitto, sul pavimento. Nella realtà fisica ed in quella virtuale. Con le parole, con i suoni, con le immagini, con gli arredi, con le tecnologie. Giocando con gli spazi metteremo dei segni, introdurremo un virus nel corpo della scuola. E proveremo ad ammalarci, per vedere se la scuola è in grado di reagire e ritrovare se stessa,  riscoprendo il suo senso profondo, la sua ragion d’essere, che talvolta sembra avere perduto.

Il primo giorno di scuola gli studenti ed il personale della scuola hanno trovato disseminati i primi frammenti dell’incipit della storia che vogliamo raccontare. Frasi scritte all’esterno ed all’interno, sulla vetrata di ingresso, nei bagni, nei corridoi, al bar. Queste prime frasi le abbiamo scritto noi e rappresentano uno stimolo, che introduce alcuni personaggi e pone delle questioni, delle sollecitazioni (“Io, io chi sono?”, “Mi serve dare un senso alle cose che faccio”, “Le cose sono vive come voglio essere io”, “Da oggi voglio sentire ed essere. Perché capire non sarà abbastanza”, “La sua è la colpa più grave: distinguersi. Ti condannano. È come una Santa Inquisizione. L’Inquisizione degli Uguali”, ecc.). Ma i contenuti e le modalità di prosecuzione della storia vanno scelti insieme a tutta la comunità scolastica, devono essere il frutto delle intelligenze e del “sentire” di tutti. La storia sarà raccontata attraverso un protagonista adolescente, Marco, che si firmerà con la sigla B612 (il riferimento è al Piccolo Principe) e “commetterà” una serie di atti nella scuola, che scopriremo nel corso dell’anno. Gli atti li decideranno gli “autori”, un gruppo di studenti e docenti che vorranno condividere il piacere di partecipare alla scrittura della storia e che “armeranno” la mano di Marco.

A novembre abbiamo avviato un percorso di riflessione con studenti e insegnanti, grazie all’aiuto di due formatori, Giuseppe Tomai, psicoterapeuta e Roberta Bonetti, antropologa. In questi incontri stiamo provando a parlare della nostra esperienza scolastica, del senso di quello che facciamo, delle relazioni all’interno della scuola, di cosa significa fare educazione nel tempo in cui viviamo. Tutto questo naturalmente non vuole essere uno “sfogatoio”, ma un confronto di idee e sentimenti, che poi deve divenire prima progettualità e poi narrazione. Con le parole, con le immagini, con quello che vorremo. E potrà utilizzare qualunque strumento e qualunque luogo della scuola.

LiberaMente

Nel frattempo, il 17 dicembre scorso, dopo alcuni mesi di lavoro, abbiamo aperto nella scuola un altro spazio, che abbiamo chiamato, in modo provvisorio, LiberaMente. Uno spazio di oltre 100 mq pensato in modo nuovo, sorprendente per una scuola. Con sedie, grandi cuscini e tavoli appesi alle pareti. Ognuno arriva, prende quello che vuole e sta come e dove vuole, seduto, in piedi, sdraiato a terra. Si costruisce una sua organizzazione dello spazio, utilizzando gli strumenti che gli piacciono e che gli servono. Poi c’è il profilo della maglietta di un adolescente disegnato su una parete trattata con una vernice lavagnata, su cui si può scrivere e cancellare. Un’altra parete è poi attrezzata con un videoproiettore ed un sistema audio professionale per la proiezione di video. L’aula è coperta da una rete wireless ed ha una dotazione di tablet con tastiera. LiberaMente è volutamente un’aula tutta bianca, neutra, perché il colore deve essere scelto da chi la utilizza. Per questo il soffitto, che ha dei pannelli con incise le ultime frasi dell’incipit del racconto, può cambiare colore secondo i propri desideri attraverso un telecomando. Il colore quindi parte dal soffitto e si proietta su tutto lo spazio.

LiberaMente è un posto esteticamente bello, che rimanda l’idea che a scuola si può stare bene, “comodi” e, per l’appunto, liberi. Sarà a disposizione di tutta la scuola (ma anche di associazioni ed enti del territorio) dalle 8 di mattina fino alla sera, quando la scuola chiude. I docenti potranno venire con le classi o da soli, così come gli studenti, i genitori e il personale ATA. Per studiare, dialogare, suonare, recitare, ecc. Tutti potranno fare quello che vogliono, senza vincoli di alcun tipo. E, nel corso del tempo, lo spazio si potrà trasformare, potrà essere arricchito con oggetti e strumenti diversi, in base alle esigenze che emergeranno.

LiberaMente dovrebbe sostanzialmente raccontare storie. Storie di persone e storie di educazione. Sarebbe straordinario, ad esempio, che periodicamente si potessero ospitare racconti di chi, dall’interno o dall’esterno della scuola, avesse voglia di esprimere un’idea, un progetto o raccontare un fatto, un’emozione. Uno studente, un docente, un operaio, un artigiano. E per la sua storia ognuno potrebbe utilizzare gli strumenti che preferisce. Parole, disegni, video, oggetti. Dando luogo ad una narrazione di pensieri e di vissuti che serve a fare comunità, che prova a costruire un’idea nuova di società.

In un momento in cui la scuola agonizza tra impacci burocratici e mille riforme calate dall’alto che non riformano nulla, la scuola si può salvare solo se le persone che la vivono tutti i giorni decidono di fare uno “scarto visionario”, una scelta rivoluzionaria che metta in gioco l’immaginazione ed il desiderio, scrollandosi di dosso decenni di stanchezze e frustrazioni e provando a riappropriarsi del proprio tempo, della propria fantasia e della propria intelligenza. Ed anche, in fondo, del senso delle cose che facciamo.

Ma possiamo riuscirci solo se decidiamo di non darci obiettivi prestabiliti e di abbandonare le nostre certezze, che spesso sono deboli ed invecchiate. Occorre il coraggio di rimettersi in cammino salvaguardando una dimensione collettiva, con lo spirito aperto di chi crede che la via si fa andando.

* Dirigente scolastico dell’Istituto Tecnico per il Turismo “Marco Polo” di Firenze

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